Un appunto

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,

bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla di vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

[Wislawa Szymborska]

Un appunto che parla di me, meglio di quanto io stessa abbia mai saputo o provato a fare.

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I buoni (s)propositi

Ho un tablet. Ovvero una tavoletta per mezzo della quale mi sono promessa di non sparire, ma di assecondare con ancora più decisione il progetto di scrivere. Scrivere per tenere in piedi una parte di me che mi piace, quella parte creativa e sognatrice, ironica e solo vagamente introspettiva che mi caratterizza. Pensavo fosse difficile scrivre da un tablet, invece non è poi così diverso dal farlo sul computer, sebbene lo sia, e di gran lunga, dallo scrivere su carta. Ma del resto, che importa… del resto il mondo è intriso di tecnologia, e anche noi blogger dobbiamo stare al passo.
Parlavo di propositi… di quelle sentenze dal tono perentorio che si pronunciano la sera del 31, per poi scordarli o non farsene niente quasi una settimana dopo. È il tono perentorio che non mi convince… io che ordino a me stessa di fare qualcosa – o di non farlo – con la convinzione con cui io stessa entro da Kiko dicendomi che non comprerò niente, e puntualmente ne esco con almeno due smalti di colore solo impercettibilmente diverso.
Così la mia lista di (s)propositi ho deciso di farla così, qui… partirò da quello che ho fatto nel 2013 e che desidero ardentemente portarmi dietro nel 2014, giusto per non complicare le cose.
1) Ho comprato un cappottino arancione con bottoni enormi sul marrone e colletto alla koreana: prometto solennemente di portarlo con classe e abbinarlo con maestria ai colori più sgargianti e allegri che troverò. Del resto uno dei mille oroscopi che ho letto in previsone del nuovo anno mi diceva di darmi ai colori, per sopportare una congiuntura di almeno tre pianeti a me ostili. Il capottino, dunque, è una magra consolazione.
2) Prometto solennemente di usare questo tablet in modo proficuo e dotato di senno, oltre che di senso. Scriverò di più e più volentieri… giusto per toccare i tasti e vedere “come si fa”.
3) Prometto che proverò,  non assicuro risultati, a buttarmi nella mischia e ad andare verso meta, con entusiasmo, passione e una certa dose di follia. Proverò ad imparare a vivermi alcune cose con serenità e impavidamente…
4) Troverò un ordine delle cose anche in camera mia. Proverò ad imparare a vivere il caos con più ordine, e il disordine come eccesso di caos. Non so se funzionerà mai, ma tentar non nuoce.
5) Ad un certo punto, quando i tempi saranno maturi, comprerò un pesciolino rosso e mi dedicherò a lui con amore. Se dovesse morire di nuovo, proverò a pensare positivo, e forse ne prenderò un altro, se nel frattempo non si sono estinti a causa mia.

Cinque (s)propositi mi sembrano sufficienti… del resto un anno dura solo 12 mesi, e io ci ho messo quasi 324 mesi per essere così!

Forse è il caso che lasci la parola a qualche saggio… intanto buon anno a tutti, e buoni (s)propositi anche a voi.

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.[...]

E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. 

(Antonio Gramsci, 1° Gennaio 1916 su l’Avanti!, edizione torinese, rubrica “Sotto la Mole”)

Ps: eventuali refusi o orrori, o mancanza di doppie consonanti, o presenza di triple lettere consecutive, sono direttamente imputabili alla mia totale incapacità ad usare questo tablet. Sesto (s)proposito, prenderci la mano.

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Racconto di una giornata liquida

6 Agosto 2013.

Padova, città di nebbia e di polenta, pare oggi invasa da misteriosi fohn ad altissima potenza: alle 5 del mattino i 32°C, accompagnati da un tasso di umidità del 37%, facevano presagire che la giornata non sarebbe stata semplice.

Ore 7.00 – Dalla mia finestra con le tapparelle leggermente aperte giunge un suono. Pare quello della mia sveglia, ma è lontano, sopito. Subito si spegne. Dopo 10 minuti riprende a suonare. Si spegne di nuovo. Dopo 10 minuti suona un’altra volta. E’ il brutto della globalizzazione: tutti abbiamo lo stesso cellulare, 500.000 persone si svegliano ogni mattina al suono delle medesime note. Ma porcapuzzola, una di queste doveva per forza abitare nel mio palazzo e impostare la sveglia esattamente un’ora prima della mia!

Ore 7.30 – Finita la saga della sveglia-spegni-risveglia-spegni-risveglia (uno snooze infinito), ecco che parte una bestemmia. No, non sono io. Sono gli studenti della Sorbona, quelli della sezione “Calce e struzzo”. Sì, loro. I muratori fuori dalla mia finestra, che al posto del buongiorno si urlano a 5 cm di distanza invocando il nome di Dio non invano, ma col solo obiettivo di svegliarmi. MI giro dall’altra parte. Tzzzzzuuuuum. Eh no, cara mia. Ti devi svegliare. Anche perchè col trapano e le bestemmie nemmeno il dormiveglia è possibile.

Ore 7.50 – Con il piede sbagliato scendo dal letto. Me ne accorgo. Ci risalgo e riscendo con il piede giusto. Vado in bagno, mi sciacquo la faccia, mi guardo allo specchio. Parte il primo vaffanculo spensierato della giornata. Così, perchè prima o poi sarebbe arrivato.

Ore 8.05 – Cucinotto. Caffè. Speranze vane che la mattinata prenda una piega migliore. Mi cade un bicchiere. Lo osservo nel suo cadere e sfracellarsi a terra. Mentre faccio mente locale su come sia potuto accadere, esce il caffè. Lo verso con accuratezza. Non sia mai che faccia altri danni. Il bicchiere rotto mi guarda pregandomi di raccoglierlo. “Ti sei rotto da solo, ora rimani lì” mi sorprendo a dirgli. Ma poi mossa da vitrea compassione lo raccolgo e lo butto via. Riprendo il caffè tra le mani, mi scotto la lingua, fa niente.

Ore 8.30 – Esco dalla doccia. No, non ho lavato i capelli, sennò per rimettere in piedi l’impalcatura del mio ciuffo avrei fatto tardi a lavoro. Ecchissenefrega. Tanto nell’esatto momento in cui ho messo il piede fuori dalla doccia una goccia di sudore mi riga la fronte. Parte il secondo vaffanculo spensierato della giornata.

Ore 8.45 – Tralascio i particolari sulla scelta dell’abbigliamento consono ad un forno pre-riscaldato per cuocere lasagne, una volta vestita esco di casa. Sulle scale uno degli studenti della Sorbona ha il coraggio di dirmi “Buongiorno signorina”. Il terzo vaffanculo spensierato della giornata è pronto per partire ma mi trattengo. Faccio un sorrisetto falso falsissimo e scendo le scale. Apro la porta. Mi invade e pervade un senso di nausea. E’ il fohn sparato dritto in faccia che mi toglie il respiro.

Ore 9.00 – Sono alla fermata dell’autobus. Il 13 mi dovrebbe portare dritta dritta a lavoro. Solo che tra le 9.00 e le 9.05 di solito passano anche il 22, il 16 e l’11. Fino ad ora ho visto solo vespe e macchinoni. Non c’è traccia del pulmino giallo. Scopro con grande sconforto che l’orario degli autobus è cambiato. A Padova, signori miei, funziona tutto… ma al contrario. Invece che essere vicini ai cittadini e ai turisti, a Padova gli si complica la vita. Scopro con terrore che gli autobus, fino alla fine di agosto, passeranno seguendo l’orario prefestivo, ovvero non passeranno mai. Attendo incredula fino alle 9.15 nella speranza di essermi sbagliata. Il mio pulmino 13 oggi non è passato. E neanche domani passerà. E neanche dopodomani. E neanche dopodomanil’altro.

Ore 9.20 – Rassegnata e incazzata decido di optare per il tram. Una bolgia di turisti trepidanti per andare a visitare la Basilica del Santo. Mix di lingue e, ahimè, di odori. Parte il terzo/quarto vaffanculo spensierato della giornata. Liquefatta, stretta tra la pancia di un tedesco e il culo di una donna francese, sudo sudo potentemente sudo. Vaffanculo a Padova, al caldo, all’afa e anche ai turisti. Ché io devo andare a lavoro e loro vengono a mangiare gelati.

Ore 9.30 – Non ho un centimetro di pelle che non sia grondante. Se mi strizzassero verrebbe fuori un’altra me con il mio stesso corredo cromosomico. Tamponandomi con delicatezza la fronte e il collo raggiungo ansimante il mio posto di lavoro. Cancelli chiusi, le chiavi le ha il mio collega. Guardo il cellulare. Sta arrivando, mi dice. Ovviamente fuori dal cancello non c’è un centimetro d’ombra a pagarlo oro. Ovviamente la temperatura ha già raggiunto i 36 gradi con 47% di umidità, il che vuol dire che almeno almeno io sento sulla mia pelle 39 gradi.

Ore 9.45 – In ritardo di 15 minuti (che fosse stata un’altra volta avrei detto chissenefrega, ma 15 minuti sotto il sole, oggi, me li sarei vivamente risparmiati) arriva il mio collega che mi spalanca le porte del paradiso. La mia postazione si trova esattamente sotto il condizionatore. Rimarrò col collo incriccato per giorni, ma questa goduria me la sono meritata.

- La mattinata fila liscia. Il capo è in vacanza quindi si respira un po’ di più, non mi arrivano mail minatorie, faccio il mio dovere. Non partono altri vaffanculo. -

Ore 13.10 – Ci comunicano che una banda di scalmanati elettricisti deve fare dei lavori. Dobbiamo spegnere computer e server, perchè altrimenti partono da soli e si fanno male. Bene, ben venga. Finiremo di lavorare con 10 minuti di anticipo. Forse la giornata sta prendendo una piega… simpatica.

Ore 13.20 – Computer spenti, ci accingiamo ad uscire. Io e il mio collega accendiamo una sigaretta, mentre l’altro finisce di sistemare le sue cose e ci raggiunge. Ci avviciniamo al cancello elettrico. Premiamo il pulsante. Non si apre. Attendiamo. Premiamo il pulsante. Non si apre. Ci guardiamo. Interdetti. Panico. Premiamo. Non si apre. Panico. La corrente elettrica. L’hanno staccata. Caldo. Panico. Premiamo. Sconcertati uno di noi va a cercare gli elettricisti, quei simpaticoni. Non si trovano. Giocano a nascondino.

Ore 13.30 – Premiamo. Premiamo. Premiamo. Non si apre. Premiamo. Ridiamo istericamente. Premiamo. Non si apre. Imprechiamo. Premiamo. Decidiamo di saltare. Premiamo. Non si apre. Decidono di saltare. 2 metri e mezzo di cancello. Sapete voi cosa vuol dire scavalcare 2 metri e mezzo di cancello se ti chiami come me e sei sgusciante perché ti stai liquefacendo e sei cicciottella? Sapete cosa vuol dire saltare davanti ai miei colleghi con i quali non è che abbia tutta questa confidenza e uno di loro mi mette in imbarazzo da morire? Panico.

Ore 13.35 – Scavalca il primo collega. Gli passiamo la borsa. Lui è un po’ più alto di me ma cicciottellino. Ma non fa fatica. Del resto è un uomo, mi dico. Scavalca il collega che mi imbarazza. 1.80 per un fisichino snello. Che fatica vuoi che faccia uno così a scavalcare un cancello! Sembra quasi Olio Cuore. Arriva il mio turno.

Ore 13.36 – I miei colleghi sono girati di spalle. Gli ho detto che mi vergognavo e loro, per galanteria, si sono girati di spalle tenendomi la borsa. Salgo senza nessuna difficoltà. Quasi mi meraviglio di me stessa e della mia agilità riscoperta.

Ore 13.37 – “Qualcuno mi dice cosa devo fare per scendere?” Sono rimasta a cavalcioni sul cancello e mi sono impanicata. Il collega che mi mette in imbarazzo si gira, mi guarda, e mi indica con la mano dove mettere il piede. Ci provo, ma mi vergogno a morte. Lo faccio, e con un balzo tipico di una pallina arrivo a terra. Che figura di merda, dico tra me e me. Ma non parte il vaffanculo. Che strano. Alla fine, per quanto ridicolo, mi sono divertita.

Ore 13.38 – Incubo finito. In culo ai cancelli elettrici io me ne torno a casa. Il sole è alto su Padova, e il fohn si è settato sui 38°C, con umidità al 51%, temperatura percepita 44 gradi.

Il resto della giornata deve ancora venire, ma permettetemi di non raccontarvelo. Per oggi la mia giornata liquida termina così. Dovrò solo uscire più tardi per andare a comprare le sigarette. Spero solo che tutto funzioni e che non ci saranno altre peripezie e vaffanculi. Almeno per le restanti 12 ore. Poi, il ciclo, naturalmente, ripartirà.

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Preghiera semplice (di una fuori luogo)

Dio, dio che strano chiamarti Dio. Nel senso che non so nemmeno se esisti, ed io vengo qui, dentro ad una chiesa, solo perchè ho bisogno di sentirmi un po’ a casa. Quell’uomo in croce esprime dolore, ma non è solo. Oggi anche io ho la mia quota di dolore, e per quanto  stupido possa sembrare, io ho sentito la voglia di venire qui. Non ci vengo mai, ma oggi sì. Vedi, mi prendo anche il mio tempo. Mi siedo qua su una panchina, quella con la targhetta “Le anime del Purgatorio”. Del limbo, così mi sento io oggi.

Quindi perdonami se vengo qui solo occasionalmente, e se quando lo faccio è per chiederti qualcosa. Io non so se ci sei, ma se ci fossi anche per me, io te lo chiedo oggi, te lo dico di cosa avrei bisogno.

Ti prego, per piacere, di non farmi sentire tanto male, e di proteggermi. Di darmi la forza di resistere quando prenderò un’altra batosta. Perchè il muro in faccia e sui denti farà male, ed io non credo di poterlo evitare. Ti chiedo perciò che, quando quel momento arriverà, io possa essere forte e risalire di nuovo, farmene una ragione  e non buttarmi via. Ti chiedo di non farmi sentire troppo inadeguata, e di darmi la possibilità di accettare di non essere perfetta. Ti chiedo di far sì che io non mi attribuisca tutte le colpe. Sono fragile, lo vedi, sto piangendo. Ci ho messo mesi per rendere più salde le piante dei piedi sulle quali poggiava la mia fragile autostima, ci ho messo giorni a lottare con quel maledettissimo senso di inferiorità. E adesso, quando quel momento arriverà, ti chiedo di farmi resistere ad un’altra invalidazione.

Dio, dio che stupida che sono. Lo so, probabilmente anche tu starai pensando che lo sono. Del resto ho costruito e smontato tutto da sola. Ma se davvero mi ascolti, fa’ che questa volta non crolli di nuovo a terra. Fa’ che il vuoto nello stomaco si plachi, e che in qualche modo io possa ancora sorridere e camminare a testa alta, non sentendomi fuori luogo. Ci ho messo tanto per costruirmi e ri-costruirmi. Dammi la forza di non smontarmi troppo.

Dio, dammi il coraggio e la tenacia di rimanere chi sono, anche quando il vento soffierà forte, e mi travolgerà.

Dio, mi vedi. Oggi sono venuta qui e ti ho affidato le mie paure. Non farmene pentire. Perchè già mi sento stupida da sola, senza bisogno che ti ci metti anche tu.

Amen.

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Tutto in ordine e niente a posto

Ho riordinato la stanza.

Certo, un ossessivo-compulsivo che entrasse nella mia stanza non lo direbbe: risulta ancora in disordine. Ma c’è un quantum di ordine tollerabile, nella vita dei disordinati. Superato quel limite, il rischio di uno scompenso psichico è molto alto: non si trovano più le cose che prima avevi sempre sottomano, non ti ricordi dove hai fatto sparire il tuo paio di scarpe preferite, quella fattura che non avevi mai preso in considerazione, proprio nel momento in cui la devi presentare, si è dematerializzata e al suo posto c’è un libro che parla di chat, ma della fattura nemmeno l’ombra.

E’ la stessa storia che si ripete, quando il mio corpo cerca di dirmi che il caos è diventato intollerabile, e che è il momento di fare ordine per mettere in ordine le idee. Accade sempre che poi, alla fine, mi perdo qualcosa. Che sia il filo del discorso, o il maglioncino con cui sembro 10 chili di meno, o il paio di orecchini che mi ha regalato mia mamma; poi va a finire che non li trovo.

E’ questa la malattia di chi del disordine ha fatto il suo stile di vita. Di chi vive con sufficiente serenità tra le cose confuse, aggrovigliate, impacchettate e mai aperte, aperte e lasciate lì, tra sei paia di scarpe che quando ne trovi una impieghi mezz’ora a trovare la compagna, ché mica si può uscire con due scarpe diverse.

La vita di un disordinato è piena di continua meraviglia. “Neanche mi ricordavo di avere questa collana!”, “Oh, questo ero convinta di averlo perso!”, “Ma come ho fatto quella volta a comprarmi questo stupido cappello!” è quello che sospiro costantemente quando mi si impone la necessità di mettere ordine.

Allo stesso modo, nella vita giornalmente vissuta, in un tempo scandito da un ordine non imposto da me, scopro nel disordine della mia testa piccoli e grandi dettagli che mi sorprendono. E non posso fare a meno di esclamare “Ohhhh!” come un bambino che per la prima volta vede una stella cadente. E’ questa la potenza dell’insight, quando scopri qualcosa che non è nuovo, lo hai sempre avuto, ma era sopito, nascosto, lo avevi perso o messo da parte, sebbene ti sarebbe stato utile in millenovecentocinquantaduemila occasioni. Capisci che ti sarebbe stato utile averlo saputo, ma non lo sapevi, e quindi sono cavoli.

E allora parte il viaggio mentale più lungo che il nostro cervello sia mai stato in grado di concepire. Quello che parte con un condizionale passato, nella nota forma del “avrei potuto…”, o che comincia con la congiunzione che introduce una ipotetica, nella più poetica forma di “e se…”. Quello che ho imparato da tutto il mio disordine, è che non se ne viene a capo. Qualcuno, saggiamente, disse che con i se e con i ma non si fa la storia. Credo sia vero. Perchè poi entri in un circolo vizioso, dove ogni affermazione ipotetica ti riporta al punto di partenza. Non sai mai se quello che dici si sarebbe mai verificato se si fossero verificate tutte le condizioni che annoveri.

Un’altra prova che l’esperienza è puntuale. Ovvero avviene in quel momento lì ed esattamente come è avvenuta. Puoi solo riscriverla a posteriori, o pregare qualche Dio che ti si ripresenti la stessa identica occasione e situazione per fare un nuovo esperimento, e provare allora a fare quello che “avresti potuto” la prima volta. Nella mia esperienza le seconde occasioni non capitano mai. O almeno non si presentano mai nella stessa identica forma in cui si sono presentate la prima volta. E questo fa parte del disordine della vita. I corsi e ricorsi storici altro non sono che possibili repliche, non copie identiche. Repliche che puoi gestire in modo diverso, ma sempre repliche saranno. C’è sempre una variabile che sfugge al controllo, almeno una. E allora dopo ti ritroverai, di nuovo, a chiederti “come sarebbe stato se”.

Nel mio caos ideale vorrei essere in grado di provarle tutte le alternative, di non lasciare niente di intentato. Ma se è vero che la vita va solo in una direzione, quella del futuro, quello che mi resta è una manciata di ragionamenti che con la logica hanno ben poco a che vedere. Ci sto lavorando. Ma nel mio caos reale il “cogli l’attimo” non è spoglio di tutti i suoi se e i suoi ma.

Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante. E se lo dice Nietzsche, vale la pena crederci.

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Bentornata, realtà.

Sabato. L’aspettavo da tempo come se non dovesse mai arrivare, mi sembrava lontanissimo. Manco ormai da questo blog da nemmeno io ricordo quanto. E ogni giorno, giuro, ogni giorno, mi propongo di scrivere, di passare di qua, anche solo per due righe, perchè in questo ultimo periodo i miei processi di pensiero si sono velocizzati ed hanno avuto una mole immensa di materiale su cui lavorare, ma niente. La realtà arriva come un flusso di vita improvviso, e non mi consente di concedermi spazi di azione che non siano quelli all’interno dei suoi confini, tangibili ed esperienzialmente diretti e non mediati. Ecco, lo sapevo, che con un titolo così avrei sicuramente scritto una riflessione quasi epistemologica di quello che mi sentivo di dire.

Ma il titolo di questo post celebra la realtà tout court, quella che mi fa battere il cuore e mi fa venire voglia di ballare, quella che l’annusi e ti sembra che abbia un sapore buono, quella che a volte sa di cioccolato ed altre di limone. Quella realtà nella quale cammini, agisci, parli con la tua voce, prendi un caffè fisicamente inteso. Insomma, la vita al di fuori di un blog.

Succedono cose, nella vita, che non ti aspetti.

Succede che un giorno c’è il sole e ti compri un paio di occhiali nuovo, da sole. Cammini per le strade e ti senti come se fossi la ragazza più bella e particolare che il mondo abbia mai partorito. Dura un attimo, ma in quell’attimo ti senti così. Succede che ritorni lentamente a pensare che tu sei viva, e lo resterai. Succede che in un giorno di pioggia e fresco rimetti il maglioncino, machissenefrega, tanto l’estate è ufficialmente arrivata, e non importa se momentaneamente piove: la pioggia passerà. Succede che ti riprendi il diritto di pensare che qualcosa, finalmente, andrà per il verso giusto. Cosa sia quel qualcosa non lo so, ma lo farà.

Si chiama ottimismo? E’ irrealistico? Non lo so. Queste domande mi paiono un mero esercizio di stile. Per una volta questa sensazione non la voglio chiamare, voglio solo viverla.

Bentornata, realtà.

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Ritornare o partire?

Si vorrebbe sempre essere: essere stati, mai. E ci ripugna di non poter vivere contemporaneamente in due luoghi, quando e l’uno e l’altro vivono nel nostro pensiero, anzi nel nostro sistema nervoso: nel nostro corpo… Possiamo infatti metterci in viaggio. Ma mentre la meta si avvicina e diventa reale, il luogo di partenza si allontana e sostituisce la meta nell’irrealtà dei ricordi; guadagnamo una, e perdiamo l’altro. La lontananza è in noi, vera condizione umana… Laggiù si sognava la patria, come dalla patria si sogna l’estero. Ma il primo grande viaggio lascia nei giovani, di qualunque levatura e sensibilità, un dissidio che le abitudini non possono comporre; precisa l’idea degli oceani, dei porti, dei distacchi; crea quasi, nella mente, una nuova forma, una nuova categoria: la categoria della lontananza; la considerazione, ormai, di tutte le terre lontane. È forse un vizio. Chi è stato in Cina vorrebbe provare l’Argentina, il Transvaal, l’Alaska. Chi è stato al Messico si commuove anche quando sente parlare dell’India, dell’Australia, della Cina. Questi nomi, una volta al più colorate e melanconiche geografie, sono ora possibili, reali, affascinanti. Chi ha provato la lontananza difficilmente ne perde il gusto. Il primo viaggio, la prima sera che il novo-peregrin è in cammino, nasce la nostalgia, per sempre. Ed è il desiderio di tornare non soltanto in patria; ma dappertutto: dove si è stati e dove non si è stati. Due grandi direzioni si alternano: verso casa, verso fuori… Non capisce, forse, non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre.

“America primo amore”, M. Soldati

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Una musica può fare (Çav Bella)

Bella ciao non è mai stata così bella. Si canta il sogno di rimanere, di lottare e di desiderare che le cose cambino o non cambino troppo. Perchè la Turchia è intrisa di cultura, una bellissima cultura, che non vuole abbandonare.

E’ con lei e con quella piazza che stasera vado a letto canticchiando Bella ciao. Perchè ci sono gli amici là in mezzo, ci sono i compagni di viaggio, persone che ho amato e alle quali sono profondamente legata. E perchè di fronte ad un pianoforte e ad un popolo che canta una versione un po’ diversa, ma comunque altamente significativa, la violenza dovrebbe solo tacere, e le parole e la musica prendere il posto della realtà.

 

La mia patria che ho trovato con le mani legate
È ovunque sotto occupazione.
La mia patria che ho scoperto con le mani legate
È ovunque sotto occupazione.

Tu, partigiano.

porta anche me, insieme a te.

Ciao bella, ciao bella, ciao ciao ciao.

 

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